SERMON- ovvero cosa può un brano?

L’opera d’arte, afferma Maurice Merleau-Ponty, è in prima istanza qualcosa che si percepisce, è circuito su cui si installa un sentire non parcellizzato, organico e ampio; in barba alle esegesi e alla critica artistica, ai principi di armonia e all’estetica come scienza che osa chiamarsi tale, nessuna stabilizzazione funzionale lascia trasparire l’opera d’arte con la stessa pregnanza di un percepire genuino e trasparente, che abbandoni la pretesa di dilettarsi e di interpretare in favore di un esperire piano e oscillante. Senza punti di appoggio, abbandonata alla radura del pieno e del vuoto, dell’intenso e del flebile, la percezione pianeggiante non cerca significati, ma scollina aldilà del buono e del cattivo gusto. La fissità sul significato, la ricerca spregiudicata del valore musicale e della pienezza lirica dei suoni e dei testi, hanno fatto dell’oggetto musicale un fantoccio che commuove o diverte, intrattiene e accompagna e che mai, nella sua effettività totalità durativa, dispiega il semplicemente ascoltabile.
Cosa può, quindi, un brano? Può Sermon, brano di appena tre minuti presto disponibile su YouTube e Bandcamp, alleggerire l’ascoltato dal carico del divertimento e dell’adagio d’accompagnamento? Il progetto dei Demons Come Out At Night non lascia definire luoghi di quiete: accedere oltre l’ascoltabile significherebbe trovare un sostengo teorico che Sermon non può offrire, uno spegnimento sensistico che l’incedere melodico non concede mai; Sermon è insieme tregua percepita non concessa e riposo teoretico, inframmentabile: non si ascolta a metá, non si tiene in sottofondo, non si sospende nell’analisi e non si inarca sull’aggressione esegetica; i Demons continuano a scollinare, oltre il buono e il cattivo gusto, spiaggiati nella pregnanza apocalittica del continuum intensivo.
Abbiamo, dunque, bisogno di Sermon? Abbiamo davvero bisogno di un brano che non può fermarsi? Di un blocco incorruttibile di poliritmi e polimetri che sbarrano la strada allo svettare inarrestabile del significare?
Effettivamente, adottando un vocabolario strutturalista potremmo tranquillamente affermare che il significato, qui, va a perdere la sua corona. Gabbani, i Thegiornalisti, Vasco Rossi, Fabrizio De André – ma anche l’idolatrato Caparezza, gli Imagine Dragons, i The Beatles o l’intoccabile Gino Paoli – non sono altro che polizia del significato, unico sovrano al quale subordinare il significante; Adesso, invece, non siede sulla vetta dell’opera, ma inabita tacitamente le sue manifestazioni senza direzionarla. Sermon va oltre il problema novecentesco della ribellione e della valorizzazione del significante. Il significato non è ripudiato, è ricondotto sotto al rango dello strumento, come lo è la voce, come lo è l’accendino, come lo è, a ben vedere, la chitarra stessa. Non c’è che un predominio: quello del momento dell’ascolto. Ma allora, tolto il predominio del significato sul significante -conquista acquisita, ma mai affermatasi da oltre un secolo- cosa resta a un brano? Cosa può l’infausto scollinare senza posa di Sermon?
Sermon declama una musica che non è intrattenimento, Sermon non può, non vuole, essere il sottofondo di un viaggio in auto né la colonna sonora di un lungometraggio. Sermon ci desta dal nostro sonno, ma non in senso politico o morale. Il suo schiaffo è violento e privo della scissione significato/significante, è lo spaesamento fiero di essere sé stesso, è il tempo misto che è stanco di non essere canticchiabile. Come Deleuze, i Demons immaginano di arrivare alle spalle di Eckhart e di Schoenberg e di far far loro figli, per quanto mostruosi potranno essere. Un’esperienza ascetica e di distacco che lascia consapevoli di un’irreparabile scissione esperita solo nel suo stesso annunciarsi in quanto scissa: dispersione mistica e unione inneffabile con l’ascoltatore che non può essere concepito come qualcuno che comprende o che viene lasciato inerme, ma come ciò che scompare nella sua individualità e lascia spazio ad un evento cosmico, prepersonale. Questo è ciò che può un brano, questo è ciò che può Sermon. La musica non diletta, la musica è un incontro che cambia, è verità in opera: la musica è ciò che, alle periferie dell’io che ascolta, ha già preso partito per il mondo, oltre le colline dello sproloquio giudicante.
Sermon sposta il confine di ogni battuta, non riesce a trattenersi nel suo organismo, vuole un altro organo da colonizzare, un altro organismo da disfare: cerca di esprimere tutta la potenza della musica – non riuscendoci. Perendo, sembra annunciare, con un Dies Irae, la necessità di costruire nuove chiese, di riscoprire la musica come potenza inestinguibile e irriducibile alla scissione significante o all’intrattenimento da lounge bar.
Prendendo in prestito la domanda dallo spinozismo da loro citato, ci siamo chiesti, dunque, “cosa può sermon?” imbattendoci in sentieri ininterrotti di cui il meno oscuro resta il disvelamento della domanda stessa “che cosa può un brano?, domandare rilanciato di battuta in battuta, di nota in nota dal nuovo lavoro dei DCOAN.
E se così non fosse, se tutto ciò non fosse che interpretazione, ben vengano figli mostruosi, eppure dei Demons Come Out At Night.

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