Shoefiti

“Shoefiti rappresenta quasi un bisogno, un posto dove poter custodire una manciata di idee, un piccolo contenitore di cose mie […] Il disco è nato nella mia immaginazione, è stato prima scritto e soltanto dopo suonato. Tutti i musicisti che hanno partecipato al progetto non si sono mai incontrati in studio… Io sono stato l’unico legame”.

Francesco Boni descrive così il suo ultimo album, un eterogeneo e cangiante insieme di brani che spaziano da un folk caldo, grezzo e animato da strumenti in via di estinzione (Unchanged), per poi passare ad un jazz urbano, movimentato, se non addirittura cosmopolita (Rain on Madrid). Seguono brani fusion dinamici, in tensione, che ti buttano improvvisamente nell’azione (Fast Food), fino ad arrivare a toccanti, se pur freddi e calcolati, sperimentalismi solistici (Velvet). E questi sono solo 4 di 15 brani. Le influenze e ispirazione sono evidenti, ed in certi casi risultano come vere e proprie citazioni: lo stile caldo e nostrano dei FragilVida traspare qua e là, ma la vera ossatura del disco è il dualismo tra jazz e fusion-funk, due poli fra i quali la musica fa da spola. Chiari riferimenti sono il Miles Davis post “Bitches Brew”, Frank Zappa, i Weather Report, ma oserei dire di sentire pure Manring o il riflessivo Pastorius rivelato da “Proprait of Tracy”. Se poi si dà un’occhiata alla lista dei musicisti che vi hanno preso parte, allora il progetto si presenta nella sua vera immensità: venti musicisti agli ordini del compositore di ogni singolo brano. Un album da solista dunque, animato però da una grande varietà umana e musicale.

In questo caos controllato può essere difficile trovare un punto di riferimento, un sottile filo rosso con il quale disporre in maniera coerente una tale quantità di dati, ma credo che l’autore ci abbia dato qualche suggerimento nella citazione all’inizio dell’articolo.

Francesco Boni è un musicista professionista: il suo lavoro è suonare. Ha suonato e viaggiato in tutta Europa all’interno di complessi non del tutto suoi. Così come i musicisti in questo album, lui, a sua volta, ha dovuto rispettare schemi precisi, se non addirittura ordini. E’ materia di ogni giorno per coloro che fanno della musica il proprio mestiere (in barba ai giovanili sogni di successo e libertà). Una carriera fatta di questo dà molte soddisfazioni e sicurezze, ma lascia sempre spazi vuoti e bisogni che, prima o poi, devono essere affrontati. Parlo della necessità di esprimere il proprio punto di vista, il proprio mondo, o meglio, il proprio “sguardo sul Mondo”. E come poter esprimere meglio questo concetto se non con le persone che hanno animato la propria vita? Perché il cast corale di questo album è composto proprio da amici di lunga data, collaboratori, compagni di ventura, e parenti stretti.

E’ con questo insieme di elementi che Francesco dispiega la sua vita (trasposta sullo spartito), riordina le memorie del suo lungo viaggio (Shoefiti infatti sta per “graffiti di scarpe”), e dispone il tutto in un posto sicuro, in qualcosa di veramente suo e concreto: la musica.

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