Pollicione

L’idea di viaggiare in autostop, com’è maturata chissà. Ma è così suitable per un gruppo di studenti universitari, tendenzialmente perdigiorno, e se studenti Erasmus poi, obbligati a tuffarsi nel mare del vivere autentico delle popolazioni ospitanti, non automaticamente ospitali, con cui hanno deciso di vivere insieme. Il treno da Aarhus a Copenaghen è comodo, ma dannatamente costoso. Centinaia di soldi – chiamati corone – che in questi tempi di Moneta Forte sembrano ancora di più, disabituati come sono a spendere più di qualche decina di euro per operazioni del tipo. Curioso come hanno raccolto questa disabitudine in fretta, l’equivalente di un lustro scarso, gli italiani. In prima liceo il biglietto extraurbano dell’autobus di Jimmy costava cinquemila e trecento soldi chiamati lire. Cin-que-mi-la-e-tre-cen-to. Tantissimo.

Il primo cd acquistato coi risparmi della sua paghetta – contati e sorvegliati come il pocket money degli immigrati ospitati, rinchiusi, nei centri di accoglienza – il gigantesco Superunknown dei Soundgarden, alla vigilia del millennium bug valeva la bellezza di ven-ti-no-ve-mi-la-e-no-ve-cen-to soldi. Le successioni di un insieme di quindici elementi. Pensandoci oggi, ai tempi della furiosa esegesi economicistica, si chiede se non valesse davvero la pena di applicare alla realtà la proprietà invariantiva della divisione e far pagare quel disco stupendo ventinove-virgola-nove soldi. Poco meno di trenta lire: un numero semplice, maneggevole. Tanto ci avrebbe messo lo stesso tempo per comprarlo. Per questo gli italiani si sono abituati in fretta, l’equivalente di un lustro scarso o forse meno, alla tascabilità degli euro. E per questo sembra una follia spendere centinaia di soldi – chiamati corone – in biglietti del treno Aarhus-Copenaghen.

Jimmy è spaesato ed eccitato per quella attesa che lo costringe ad una pubblica esposizione di cui si vergognerebbe, se non spartisse quell’imbarazzo con altre tre amiche e un amico. Un wild bunch mica male, diviso per necessità numerica in due gruppi di azione con il democratico ed implacabile strumento del sorteggio. E lui capita nel gruppo fortunato: la coppia. Con l’amica Anna si incammina verso l’incrocio successivo, in modo che cinque autostoppisti desperados non impauriscano gli ignari automobilisti, e attendono.

Alle 12.30 di una danese domenica mattina l’incrocio dove inizia la E45 in direzione sud è trafficato. La prima offerta arriva dopo poco tempo, ma porterebbe troppo vicino. Jimmy e Anna sanno bene che un uovo oggi è meglio di una gallina domani. Eppure ventidue chilometri sono pochi quando ne devi percorrere trecento in mezza giornata. Mentre ne discutono con l’autista si vedono superare da una Volvo azzurra dal cui finestrino anteriore Bruno si sbraccia per salutare.

Vi ses! Li deride.

La gara inizia male.

Cinque minuti più tardi la seconda offerta, destinazione Horsens, quarantacinque chilometri a sud. Accettata. La macchina è una Saab molto posh, guidata da una coppia sulla trentina, molto belli, puliti, educati, colti, ricchi abbastanza. Benestanti insomma, fulgido esempio di un roseo futuro per la classe media scandinava, e di piacevole compagnia.

– Dove abitate? Chiede l’uomo a Jimmy. Perché la guida è perlopiù un’attività maschile della coppia, così come il suo equivalente autostoppistico, l’obbligatorio chatting richiesto al passeggero anteriore. E la loro situazione non fa eccezione.

– Teknolog Kollegiet, rispondiamo.

– Teknolog? Chiede la ragazza – È dove abita una mia compagna di pallavolo! Si chiama Serena, è polacca, la conoscete?

– Certo che la conosciamo! Serena! How record is the world, isn’t it?

Record. Certo che Jimmy la conosceva, Serena. Protagonista di curiosi episodi di costume. Rosa come i suoi flirt con alcuni coinquilini. Gialli come i punti interrogativi che lasciavano dietro alle porte dei corridoi del collegio. Poi a un certo punto il rosa del pantone sfumava nel rosso. Era là dove alcuni ne conoscevano l’amore, ma Jimmy non era parte di quel bunch. Era parte di questo bunch.

While chit-chatting, la prima epifania.

Look out there! Esclama Anna.

Sul ciglio della strada vedono gli altri tre avventurieri, pochi chilometri più avanti del punto di partenza, fermi e sconsolati: il loro autista si stava dirigendo soltanto dall’altra parte della città, verso un quartiere che conoscono bene.

Brabrand sonnecchia cupo all’estrema periferia occidentale di Aarhus. Forse era stata una svista che aveva portato alla sua progettazione e realizzazione. Un baco di programmazione nell’altrimenti perfetta pianificazione urbanistica cittadina, qualcuno dirà. Ma non è un quartiere diverso da tanti altri. Palazzoni di cemento armato al posto dei mattoni a vista, e quindi più esposti all’aggressione di un’anti-estetica umidità angolare, certo. Non che i caseggiati in cui abitano gli amici Catalina o Erman siano poi più ricchi e confortevoli. Sono medi, come le classi sociali che vi rientrano ogni sera alle quattro e mezza. Di pomeriggio. Hanno scale strette di legno, tubi incrostati a vista, maniglie lasche. L’ordine esterno non nasconde le crepe. Bottiglie di birra non ancora collezionate dai rari barboni. Le macchie di piscio il lunedì mattina, dopo un fine settimana a bere ettolitri di birra. Perché non bisogna confondere l’ordine con il silenzio, pensava Jimmy.

Ma a quanto sa a Brabrand non ci sono né l’ordine, né il silenzio. Nelle città esiste un piano inclinato invisibile, che sposta, condiziona e concentra i conflitti, le povertà, le solitudini. A Bologna la Barca o il Pilastro, a Milano Quarto Oggiaro, a Bari la Città Vecchia, a Londra Brixton, a Los Angeles Compton, a New York il Bronx, a Rio Morro dos Prazeres. Ad Aarhus quel piano porta dritto dritto a Brabrand.

A quanto ne sa lui. Perché a dispetto delle storie vere o presunte su Brabrand, le aggressioni agli studenti e chi aveva mai pensato di creare uno studentato per studenti di scambio proprio lì, noi vogliamo la nostra dose di benessere garantito, anche se vogliamo conoscere la vera realtà quotidiana dei paesi ospitanti, the real thing come scriveva Eco nel saggio Alla periferia dell’impero. I furti nello studentato popoloso, pericoloso. Erano due addirittura gli studentati, uno più hardcore dell’altro, uno più conforme alla violenza diffusa nel quartiere dell’altro. La popolazione composta esclusivamente da immigrati arabi fondamentalisti islamici, non una parola di danese, come se questa potessa rendere l’ecosistema più ospitale. Neppure un prete con cui chiacchierare, insomma, a Brabrand. Esattamente come nel resto del paese. Jimmy ripensa a quei pregiudizi così potenti e popolari: che vergogna. Affascinanti a loro modo.

La prima volta che ci era andato insieme ai regaz nessuno aveva sparato loro e non li avevano rapiti, né li avevano rapinati. Nonostante rappresentassero una preda tutt’altro che difficile. Lenti sulle biciclette di quinta o sesta mano, allungati su avenues disabitate chilometriche, fermi e ligi ai semafori rossi delle piste ciclabili. Guardinghi ammiratori della vasta città che ai piedi delle colline scivolava nel mare del Nord.

La missione di quel sabato pomeriggio prevedeva l’acquisto di un narghilè da tenere nella sala comune e utilizzare durante le proiezioni cinematografiche infrasettimanali. Intorno alle sigarette si consumano infinite discussioni, dieci caffè, tre pacchi di biscotti. Si possono digerire cene pantagrueliche o scene patetiche da film d’autore sottotitolati. Quando la cucina si trasforma in un fumoir. Quando si può fumare nei luoghi. Ritorno al mondo pre-Sirchia, che Jimmy e i suoi amici oggi ricordano con disprezzo crescente.

È stato sicuramente Jan a proporre agli altri inquilini di acquistare un narghilè. Jimmy non lo ricorda. Ricorda di aver contribuito a suo modo, sintetizzando in maniera creativa due istanze bizzarre. Instance #1: let’s go buy a waterpipe.

Instance #2: there’s a bazaar mall in Brabrand.

Perché è chiaro. Quale posto più adatto a trovare un narghilè di un bazar arabo. Ne dedusse la Mission: let’s go buy a waterpipe in Brabrand.

Do you know that there’s a bazaar in Brabrand? Gli aveva detto un giorno qualcuno, probabilmente uno dei molti visitors che frequentano il Teknolog.

No, I didn’t know about it. Aveva risposto – Cosa cazzo è un bazar? Aveva pensato.

– It’s nothing like a mall. Like you can buy the best vegetables there. There’s a lot and they are really cheap and good also. It’s crowded, full of things and full of people. It’s a mess!

In breve tempo sulla base di queste poche informazioni aveva costruito un’immagine di sogno del suddetto centro commerciale. Terrificante e labirintica. Doveva verificarla. La paura al pensiero di doversi recare nel “ghetto”, come lo chiamano i visitors che vivono a Brabrand, acuiva la curiosità.

Pertanto successe davvero che un sabato pomeriggio alcuni eroi impossibilmente raggiunsero il bazar di Brabrand. Jimmy credeva di avere pedalato per centinaia di chilometri in quell’infinito sprawl di suburbia ordine e silenzio.

Una volta giunti, nessun gruppo di fuoco ad attenderli all’angolo. Nessun bambinello macilento che giocasse a guardie e ladri per la strada. Solo silenzio e omertà. Superati i campi da gioco e le scuole, all’incrocio di due grandi arterie per la comunicazione periferica, una grande cattedrale in mezzo ai parcheggi: il bazar. Luogo di culto postmoderno, rumori in sequenza e in sottofondo, un vero casino consumistico, gli scarti di transazioni commerciali domestiche sul pavimento, merci inscatolate in confezioni famiglia, genti diverse venute dall’est. Dopo un’ispezione in awe per i negozi e una trattativa già persa in partenza, con piglio risoluto scelgono il prodotto. Il resto è storia collegiale: narghilè acquistato insieme a diversi flavoured tobaccos e consegnato alla cucina del 3rd floor dopo averlo ribattezzato Queen Margaret con una toccante cerimonia. Blasfemia istituzionale. Nessuno si era fatto male.

Horsens, insomma, è una bella area di sosta comprensiva di McDonald’s, carburanti vari, truck center, l’inevitabile centro commerciale. La città perfetta per i pollicioni. Ma la dozzina di offerte che ricevono vanno tutte nella direzione opposta, circostanza tutt’altro che impossibile se si considera la natura ambigua dell’uscita dell’autostrada. Un autogrill unisex. Jimmy e Anna attendono quasi un’ora prima che una signora dal naso schiacciato li carichi con destinazione Fredericia, città che, a parte essere una cacofonia di deglutizioni atipiche per noi latini, segna il confine fra la penisola dello Jylland e l’isola di Fyn, Jutland e Fionia.

Jimmy conosce Fredericia per un motivo ben più artistico. Dipinti, sculture, cose, di cui la sua famiglia gli ha appena spedito un articolo apparso in un giornale locale. Giovani tele nell’antica torre, e via che si fanno mostre di artisti locali nel maniero della nobile famiglia Ferraresi. Era lì che un lettore cd scassato ma amplificato alla perfezione da un impianto Tecsonic sopravvissuto alle vicende di proprietari disparati eruttava tra le tante cose anche un disco dei Do Make Say Think. Winter Hymn Country Hymn Secret Hymn. Nel pieno boom della canadian wave. Mesi dopo, quando scoprì che al Disco d’Oro di Bologna tenevano l’intero catalogo della Constellation records decise di eroderlo con pazienza maniacale. Periodicamente tornava a staccarne un pezzettino, lo scaffale si svuotava e i cd con quel packaging barocco e fantastico non venivano più riacquistati. Forse Jimmy non condivideva la passione per quei gruppi d’oltreoceano con tante persone; meglio, ce ne sarebbe stata di più per lui. E poi nessuna persona figa musicalmente intendendo giudica la musica dal numero di visualizzazioni, anzi: c’è sempre uno stream, che oggi sarebbe flow, più main cui opporsi. Illic erunt leones. Un giorno racconterà questo di quei cazzo di anni Zero: la musica canadese. Les Années Canadiennes. Google it. Ed era stato il solito Jesse a introdurre il genere nel panorama della bassa, simultaneamente ad un altrettanto inarrestabile tsunami, giulivo e riflessivo, triste e caciarone: l’ondata islandese. Íslendingar ára. E tra le due Fredericia c’è spazio, sì, ma non sconfinato. Ha scelto la Danimarca anche per la presenza sottopelle di una sensibilità comune ai cieli smisurati del Canada e della Scandinavia, rappresentata da quegli accordi vasti e ridondanti.

Il cielo vasto, freddo e ingolfato di nuvolette ottobrine si staglia intanto sopra alle loro teste, vigili mentre cercano cenni di attenzione da parte degli automobilisti fermi ad un incrocio sullo svincolo della motorvej. Dopo meno di quindici minuti un padre di famiglia con le sue due figliolette bionde gli offre di passare il ponte sul Lillebaelt, il piccolo stretto che divide la terraferma europea dal giubilo di isolette danesi, docili ospiti del mar Baltico.

Poca strada, ma almeno il posto è migliore per chiedere un passaggio, essendo una vera area di sosta tra i campi e l’autostrada. Più comoda, meno spartitraffico autostradale. L’ottimismo della prima impressione rimane presto vittima della noia della vana attesa. Troppi minuti e troppi pochi automobilisti. Troppe famiglie al fast food dell’area di sosta, sembra che sia l’area di sosta stessa la loro destinazione domenicale. Perché no, eh. Per fortuna il dio degli autostoppisti ha risorse insospettabili: una macchina dal profilo altamente famigliare si ferma presso a loro e li invita a salire. È lo stesso paterfamilias di prima che sta perfettamente andando a Odense. Non vedi il mondo. Il vez si rivela un simpatico amante dell’Italia, dove si è recato l’anno prima per trascorrere le vacanze a Firenze rimanendone impressionato, magna cum laude, tanto che ci sarebbe tornato l‘anno venturo. Le bimbe offrono loro due bubblegum, come dire di no, accettare sempre caramelle dai bambini. Il viaggio è piacevole, il cielo è plumbeo, gravido di conseguenze e va bene così. Dopo i convenevoli dell’arrivederci e la foto di rito, che Jimmy avrà pure da qualche parte, li salutano ad una stazione di servizio dove possono mangiare qualcosa di plasticoso e bere un espresso, già.

Eccoli di nuovo a mendicare passaggi agli avventori dell’autogrill. Quante volte in una giornata, quante volte negli anni a venire. Sorrisi sulle labbra, portiere sbattute in faccia, gentilezze mal celate, battute in inglese biascicate, mercanteggiamenti, calcoli geopolitici, reckonings. In mezz’ora o poco più la seconda epifania autostoppistica: nel mezzo dei passi giù e su per le macchie di olio del piazzale si ferma l’ennesima macchina alla pompa di benzina. Ben più interessante delle altre. A bordo ci sono gli altri tre. How record is the world, isn’t it? Record. L’emozione di incontrarli di nuovo così, alla sprovvista, è granderrima. Sostano giusto il tempo per raccontare le loro disavventure e svelare che la loro prossima destinazione è Nyborg, l’ultima città prima del Grande Ponte tra Fyn e Sjaelland: in buona sostanza, li stanno superando. Ebbene il dio degli autostoppisti bla bla bla, e grazie ad un allevatore di cavalli da corsa che sfreccia su un’Astra gialla modello taxi-milanese-dei-film-di-Pozzetto i nostri eroi già sanno che si rifaranno a breve sui loro avversari. L’amico degli equini viaggia da Horning (appena fuori Aarhus, vallo a sapere) a Ballerup, nel pieno hinterland della capitale, a una manciata di chilometri dal limitare di gioventù della medesima.

Un po’ di stanchezza inizia a fare capolino nelle loro membra intirizzite dal pungente aroma del cielo che docile e buio inizia a regalare immancabili fiocchi di neve. Lo sfondo di pigre colline che corre di fianco ai guard-rails è annebbiato dal vespero, ed è faticoso resistere a conversare con chi cerca compagnia durante il viaggio. Jimmy sa che questo è il principio che fa muovere tutto e davvero non può lamentarsi. L’incipit delle due chiacchiere sul più e il meno e i massimi sistemi si ripete per la quinta volta in un giorno, ma davvero non vuole lamentarsi. Lo spettacolo del secondo ponte più lungo del mondo è mozzafiato, d’altronde. I piloni alti poco meno della torre Eiffel hanno le sommità difese dalle nubi e il vento imperversa ancora di più per i quasi duemila metri della campata centrale. L’uomo osa grazie al suo ingegno e merita rispetto. È il dipanarsi della magnifica natura, nulla di dispari rispetto al terribile mare sottostante. La tappa finisce a ventidue chilometri esatti dal centro, in un’area di sosta dove vengono subitaneamente caricati da una coppia di natural born killers palesemente di fretta su una Hyundai rossa e piccola: pochissime parole, e stanno benissimo così. Solamente in un vago futuro, e di striscio, e solo a volte si chiede perché mai li abbiano caricati: avrebbero rappresentato la loro copertura nei confronti della Pubblica Forza? I loro ostaggi? I loro complici? Non vi è il tempo di elucubrare scemenze, che sono accompagnati alla stazione ferroviaria di Valby, ad appena due fermate da Copenaghen centrale, grazie tante e zitti. Perché è finita, alle sette e venti fanno il loro ingresso trionfale all’ostello: missione compiuta.


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