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	<description>mensile a gratis distribuito tra modena, bologna, reggio emilia, ferrara, carpi, finale emilia e camposanto</description>
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		<title>Fare chiarezza</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pierpaolo salino</dc:creator>
				<category><![CDATA[00. presente]]></category>
		<category><![CDATA[corte di cassazione]]></category>
		<category><![CDATA[sentenza 265 del 2010 della Corte Costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[stupro]]></category>
		<category><![CDATA[stupro di gruppo]]></category>
		<category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Pubblichiamo questa immagine per esprimere solidarietà e soprattutto fare un po&#8217; di chiarezza, almeno su un punto: non è vero che chi stupra rimane a piede libero.  La tanto discussa sentenza della Corte di Cassazione lo dice bene &#8220;il giudice può applicare misure cautelari alternative a chi viene indagato per reati di violenza sessuale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/02/fare-chiarezza/406566_363035207058764_192831137412506_1365991_1207337705_n-2/" rel="attachment wp-att-5927"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5927" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/02/406566_363035207058764_192831137412506_1365991_1207337705_n1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
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<p>Pubblichiamo questa immagine per esprimere solidarietà e soprattutto fare un po&#8217; di chiarezza, almeno su un punto: <strong>non è vero che chi stupra rimane a piede libero. </strong></p>
<p>La tanto discussa sentenza della Corte di Cassazione lo dice bene &#8220;il giudice <strong>può </strong>applicare misure cautelari alternative a chi viene <strong>indagato </strong>per reati di violenza sessuale in gruppo&#8221;. Qui le prime due precisazioni importanti: <strong>il giudice</strong> <strong>non è obbligato </strong>a applicare misure alternative alla detenzione preventiva in carcere. Il giudice <strong>può </strong>infatti decidere la custodia in carcere, esattamente come prima.</p>
<p>La seconda precisazione: si parla di <strong>indagati non di condannati </strong>in un qualche grado di giudizio o in maniera definitiva o colti in flagranza di reato. In altre parole <strong>le misure alternative possono venire applicate da un giudice nei confronti di un <em>imputato</em> accusato di stupro di gruppo solo in determinate condizioni: tuttavia questo <em>può anche non avvenire</em>. </strong></p>
<p>Certo, le reazioni sono state dure e ferme: le nostre onorevoli, in maniera trasversale, non hanno fatto mancare la loro indignazione. Associazioni, famiglie, gente comune: <strong>tutti sono rimasti indignati da una notizia del genere. Già, notizia: perchè i fatti, come si è visto, sono un&#8217; altra cosa. </strong></p>
<p>La notizia riportata dai media nazionali televisivi era tutta incentrata sulla clamorosa decisione della Corte. <strong>Questa notizia che tutti i telegiornali hanno trasmesso non spiegava un fatto</strong>, <strong>lo interpretava e commentava</strong>. E infatti, quello che è serpeggiato tra l&#8217;opinione pubblica è stata l&#8217;idea che il reato di stupro di branco veniva declassato come reato minore, meno importante. Potenzialmente legittimava questi atti, declassando la pena prevista per gli stessi.</p>
<p>Il messaggio dunque che è stato trasmesso è grave  ma non certo imputabile alla giustizia italiana.</p>
<p><strong>Per questo vogliamo e vorrei esprimere a nome di tutta la redazione piena solidarietà alle persone che sono state vittima o sono state coinvolte in modi diversi in una violenza come questa, che per quanto mi riguarda è classificabile come quella cosa che non rende più degno l&#8217;essere umano di essere trattato come tale. </strong></p>
<p>Non temete: nessuno vi ha abbandonato. E mai potrà essere così.</p>
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		<title>Field Music</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 13:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Murgia</dc:creator>
				<category><![CDATA[18. |m|/]]></category>
		<category><![CDATA[Brewis]]></category>
		<category><![CDATA[Field Music]]></category>
		<category><![CDATA[Plumb]]></category>

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		<description><![CDATA[Field Music Plumb -Memphis industries- A due anni di distanza dal doppio Measure, tornano gli inglesissimi Field Music. Emersi con la seconda ondata brit con doppio prefisso post che ha travolto l’Europa nella metà degli anni zero, la band capitanata dai fratelli Brewis s’è ben presto distaccata da un movimento in cui poco si rifletteva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Field Music</strong></p>
<p><em><strong>Plumb</strong></em></p>
<p>-Memphis industries-</p>
<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/02/field-music-plumb/plumb1/" rel="attachment wp-att-5902"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-5902" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/02/plumb1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">A due anni di distanza dal doppio <strong><em>Measure</em></strong>, tornano gli inglesissimi <strong>Field Music. </strong>Emersi con la seconda ondata brit con doppio prefisso post che ha travolto l’Europa nella metà degli anni zero, la band capitanata dai fratelli Brewis s’è ben presto distaccata da un movimento in cui poco si rifletteva e che vedeva come alfieri i sopravvalutatissimi <strong>Franz Ferdinand</strong> e i <strong>Maximo Park</strong>. <strong><em>Plumb </em></strong>è una scaturigine di citazioni che vanno dai <strong>Beach Boys</strong> era <strong><em>Smile</em></strong> a Macca, passando per gli <strong>XTC</strong> della premiata ditta Partridge &amp; Moulding fino ad arrivare ai <strong>Genesis </strong>del periodo <strong><em>Fox Trot</em></strong>. Quindici tracce ben confezionate tra cui ottimi episodi come <em>Startin the day right</em>, <em>It’s ok to change</em> e <em>Sorry again, Mate</em> che formano un terzetto in apertura da leccarsi i baffi. Sintesi perfetta dei dischi precedenti, <strong><em>Plumb</em></strong> è l’ennesima conferma di una band ispirata, pronta al grande salto. Disponibile dal 13 Febbraio.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tracklist:</strong></p>
<p style="text-align: justify"> 01 Start The Day Right</p>
<p style="text-align: justify">02 It’s Okay To Change</p>
<p style="text-align: justify">03 Sorry Again, Mate</p>
<p style="text-align: justify">04 A New Town</p>
<p style="text-align: justify">05 Choosing Sides</p>
<p style="text-align: justify">06 A Prelude To Pilgrim Street</p>
<p style="text-align: justify">07 Guillotine</p>
<p style="text-align: justify">08 Who’ll Pay The Bills?</p>
<p style="text-align: justify">09 So Long Then</p>
<p style="text-align: justify">10 Is This The Picture?</p>
<p style="text-align: justify">11 From Hide And Seek To Heartache</p>
<p style="text-align: justify">12 How Many More Times?</p>
<p style="text-align: justify">13 Ce Soir</p>
<p style="text-align: justify">14 Just Like Everyone Else</p>
<p style="text-align: justify">15 (I Keep Thinking About) A New Thing</p>
<p>http://www.field-music.co.uk/</p>
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		<title>Tutti i poliziotti sono bastardi, due biglietti grazie</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 18:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaella</dc:creator>
				<category><![CDATA[00. presente]]></category>
		<category><![CDATA[15. il rasoio di occam]]></category>
		<category><![CDATA[a.c.a.b.]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo criminale]]></category>
		<category><![CDATA[sollima]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi alzo per sistemare il cappotto e li vedo. Tre facce da stadio in odor di fascio, bomberino, tuta d’acetato e rasatura, integrale o a balza, comunque d’ordinanza. Tempo di chiedermi che ci fanno al cinema e, ah già, è A.c.a.b.! Uno di loro ce l’ha a mò di reminder come sfondo dell’iphone (sì, facendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/tutti-i-poliziotti-sono-bastardi-due-biglietti-grazie/acab-locandina-large/" rel="attachment wp-att-5875"><img class="alignleft size-medium wp-image-5875" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/acab-locandina-large-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a> <span style="font-size: medium"> Mi alzo per sistemare il cappotto e li vedo. Tre facce da stadio in odor di fascio, bomberino, tuta d’acetato e rasatura, integrale o a balza, comunque d’ordinanza. Tempo di chiedermi che ci fanno al cinema e, ah già, è A.c.a.b.! Uno di loro ce l’ha a mò di <em>reminder</em> come sfondo dell’iphone (sì, facendo la vaga, ho sbirciato). Non li avevo messi in conto e, da come mi squadrano, non avevano messo in conto me. Scena analoga poco dopo, alla prima battuta del film. &#8211; Hai spaccato la testa al primo operaio? Come te senti? &#8211; ’Na favola! &#8211; Pezzi di merda! scatta lo studentello gioviale che con la sua ragazza ci aveva chiesto permesso pochi minuti prima per andarsi a sedere accanto a Stefano. Che gli lancia un’occhiata sperando che il tizio non voglia commentare tutto il film. Quello si quieta e non fiata più fino alla fine. Educato o atterrito? All’uscita ridiamo, “t’ha visto alto e grosso e t’ha preso per celerino”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium"> Premessa inutile a parte, il film è bello, di genere, come si sente, anche se non mi è chiaro cosa si voglia dire. Rapido, ben costruito, cruento e asciutto. Felicemente insolito per il cinema italiano, come me l’aspettavo dopo Romanzo criminale (la serie) che al tempo mi aveva dato una discreta dipendenza. Sollima si conferma all’altezza e può ambire anche a meglio ora che ha fatto il salto. Due sole perplessità. La prima riguarda la rappresentazione dello scenario ideologico in cui si iscrive la storia. A parte l’operaio dell’inizio, la testa spaccata in quota cgil, e qualche pischello di passaggio col cane, la cannetta o i dread, latamente ascrivibile a sinistra nella sua insofferenza per la divisa, tutto si svolge dentro lo stesso cortile. È la retorica maschia e frustrata dei fascisti di stato contro quella maschia e riottosa degli ‘squadristi’ da stadio e forza-nuova. Che pure fascisti sono, solo fascisti di fronda, non istituzionalizzati (o almeno non ancora), politicamente allo sbando e perciò molto incazzati. Tutto sommato, comunque, la scelta ci sta. È persino profetica visto che gli incazzati allo sbando aumentano e &#8211; c’è poco da fare a sinistra &#8211; quel malcontento nazional-popolare, borgataro, s’aggruma lì. Io, per me, gliela concedo, anche se prevedibili le polemiche, “ci ha messo solo i fascisti!”, “non c’ha messo i compagni!”. La seconda obiezione è più sostanziosa. Lo sbirro dal volto umano, chiamiamolo così, quello che conserva un punto di vista morale. Il novellino che è nella Celere che pare che non voleva (perché?), quello che si integra a fatica ma poi è pappa e ciccia col Cobra e compagnia varia, finchè all’improvviso ha una crisi di coscienza. Ecco, confesso, io non lo capisco, mi pare tirata lì, avrei dovuto sapere qualcosa di più su ‘sto tizio per sembrarmi credibile. Ma sarebbe stato un altro film, il film su di lui, lo sbirro dal volto umano, e non su un gruppo di celerini che picchiano, s’ammaccano, prendono sputi, che pensano che lavoro di merda!, che vita di merda!, e allora menano di più. Comunque delle due una, colmare i vuoti del personaggio o limitarne il peso. Che tanto il resto si regge da sé. I tre sbirri bastardi (piccole sbavature a parte) sono perfettamente conseguenti. Uomini ruvidi, spicci, abituati al confronto fisico, maschi testosteronici che non vanno al cinema, non leggono libri, non vestono Armani come Tom Cruise. Tutt’al più nel tempo libero giocano a rugby e bevono birrette scambiandosi consigli sulla dieta a zona. Uomini che litigano con la moglie o coi figli, che si separano, che non ce la fanno con gli alimenti, che sbroccano. Lupi solitari che non vedono l’ora di metter su branco, che trovano di gran lunga più naturale coagulare i brandelli delle loro esperienze in una celtica tatuata sul dorsale piuttosto che nella dichiarazione dei diritti dell’uomo. Uomini come li vediamo in giro, come ce ne sono, il che mi sembra un punto di forza del film d’azione all’italiana rispetto a Mission Impossible.</span></p>
<p><span style="font-size: medium"> Neanche il tempo di rimuginarci su tornando a casa che accendo la tv e c’è Marzullo in loop che pare reciti la preghiera, “è solo un film! non rappresenta la realtà, le forze dell’ordine non sono così”, mentre Caprara impreca contro l’italietta (diciamolo, di sinistra) che gira sempre le stesse storie a tesi, “è tutta colpa dello stato che non c’è. Ma Tom Cruise ci sta da solo appeso a un grattacielo e mica se la piglia col governo!”. Alle difese d’ufficio del buon nome della Celere, francamente desolanti, si aggiungono le accuse degli altri, quelli che nel film ci sono poco e niente, i movimenti, i no-global dei tempi di Genova, i no tav/occupy/indignados dei giorni attuali, insomma, quelli che, chi più chi meno, grosso modo si collocano a sinistra. Ad alcuni di loro non va giù che la storia sia narrata dal punto di vista dei celerini: così li umanizza, ne fa un modello come è accaduto con quei criminali della Magliana. Mi rendo conto che, per la serie, l’esaltazione di ritorno c’è stata, ma il rischio lì era strutturale. La serialità sovradetermina i rapporti tra spettatori e personaggi di una storia inventata solo a metà: finisce che vuoi bene al Dandy e Renatino De Pedis diventa un dato marginale. Forse a puntate possiamo permetterci solo Don Matteo, ma tralasciamo la questione perché qui non c’entra. Questo è un film e il Cobra, il Negro e Mazinga sono realistici sì, ma genuinamente finzionali. È vero che entriamo nelle loro vite, nelle loro teste, che il film li rende umani. È persino banale che sia così, lo sono, dov’è la sorpresa? Ma il racconto è lucido, freddo, impietoso. E infatti dopo averli visti da vicino, ora che sappiamo che pure loro c’hanno una casa e frustrazioni e mille beghe, non sono perciò meno stronzi. Non ci sono eroi, al meglio gente confusa, che non sa quel che fa manco quando fa bene. E non ci sono scuse, con buona pace di Caprara, le assenze dello stato non assolvono nessuno. Quei tre sono bastardi a tempo pieno, pure fuori servizio, e infatti, prevedibilmente, in privato fanno ancora più danni. Certo le loro storie s’agganciano a una realtà che conosciamo, non a un filo sospeso in mezzo al niente. Una realtà che contiene codici d’onore, logiche di appartenenza e marchi d’infamia, piagnistei, lamentele di parte che in Italia sono un dato culturale, e il film giustamente li riflette. Non si capisce perché la storia di tre poliziotti violenti che abusano del loro potere, coprendosi l’un l’altro in ossequio a una fratellanza di corpo che assorbe ogni altro valore, dovrebbe prescinderne, ammesso che sia lecito raccontarla in questo paese questa storia, perché a vederla, giuro che l’ho vista. Già, il punto pare proprio questo: che a tal proposito ognuno reclama il suo film, altrimenti niente. Chi vuol star tranquillo e saperne il meno possibile, si aspetta una roba edificante, coi buoni da una parte &#8211; i difensori dell’ordine vittime di un odio insensato &#8211; e i cattivi dall’altra &#8211; una manica di teppisti debosciati il cui unico scopo è sfasciare. Gli altri, quelli che per qualche motivo le hanno prese e da allora scrivono A.c.a.b. dappertutto, non ci stanno a essere confusi tra di loro, compattati in un mucchio indistinto. Come pretendere di mettere assieme la curva della Roma e quella della Lazio, il Forte Prenestino e Casapound, i ragazzi della Diaz e il Braciola. Tanti A.c.a.b. diversi ciascuno in attesa di una proiezione a loro misura. Sollima li scontenta tutti scegliendo, se possibile, la via più spiazzante e complicata. Non solo un film, dunque, ma un gran bel film, un film coraggioso, che ha un unico limite, il suo pubblico. Quelli che invocano censure preventive, quelli che si guardano in cagnesco in sala, quelli che per demolirlo sparano opinioni a casaccio, quelli che è tutto finto, non è la realtà, insomma quelli che hanno un problema ad affrontare un tema come A.c.a.b..<code></code></span></p>
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		<title>Dagli al Presidente</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pierpaolo salino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immagini e commenti impietosi in occasione della morte di Oscar Luigi Scalfaro e della consegna della laurea ad honorem per Giorgio Napolitano. La loro colpa? Entrambi hanno fatto di tutto per mandare a casa Berlusconi. L&#8217;interventismo più o meno giustificato da parte del Presidente della Repubblica da sempre è parte del dibattito nella vita politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immagini e commenti impietosi in occasione della morte di Oscar Luigi Scalfaro e della consegna della laurea ad honorem per Giorgio Napolitano. <strong>La loro colpa? Entrambi hanno fatto di tutto per mandare a casa Berlusconi.</strong></p>

<a href='http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/dagli-al-presidente/395839_2870461092057_1575765936_2504267_388528195_n/' title='395839_2870461092057_1575765936_2504267_388528195_n'><img width="150" height="150" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/395839_2870461092057_1575765936_2504267_388528195_n-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="395839_2870461092057_1575765936_2504267_388528195_n" title="395839_2870461092057_1575765936_2504267_388528195_n" /></a>
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<p>L&#8217;interventismo più o meno giustificato da parte del Presidente della Repubblica da sempre è parte del dibattito nella vita politica italiana. Oggi si unisce all&#8217;odio anti casta che non risparmia nessuno, nemmeno la più alta carica dello Stato.</p>
<p><strong>Come a dire, abbiamo toccato il fondo. Partendo dall&#8217;alto.</strong></p>
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		<title>Il Romanico virtuale (*)</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo vincenzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[10. visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Mystère]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[re artù]]></category>
		<category><![CDATA[romanico]]></category>
		<category><![CDATA[san geminiano]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'arte]]></category>

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		<description><![CDATA[Dedicato al Santo Geminiano Ci sono parecchie maniere per figurarsi un diverso atteggiamento comunicativo fra le persone, rispetto ai canoni informatici odierni. Prendiamo le forme dell&#8217;imposizione culturale della dottrina cristiana. In epoche passate, maggiormente permeate di spirito religioso, le relazioni primitive tra gli eventi della società erano naturalmente immaginate secondo ruoli e valori propri della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/il-romanico-virtuale/attachment/5839/" rel="attachment wp-att-5839"><img src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/Porta_dei_principi-150x150.jpg" alt="" title="Duomo di Modena - Porta dei Principi" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5839" /></a></p>
<p><em>Dedicato al Santo Geminiano</em></p>
<p><span style="font-size:medium">Ci sono parecchie maniere per figurarsi un diverso atteggiamento comunicativo fra le persone, rispetto ai canoni informatici odierni. Prendiamo le forme dell&#8217;imposizione culturale della dottrina cristiana. In epoche passate, maggiormente permeate di spirito religioso, le relazioni primitive tra gli eventi della società erano naturalmente immaginate secondo ruoli e valori propri della religione. Secondariamente queste informazioni sedimentali venivano smosse e trasmettevano il messaggio scritto, disegnato o scolpito. Non v&#8217;era attività sociale, non necessariamente &#8220;artistica&#8221;, la quale non si realizzasse come medium di una conoscenza eterna. <em>Little wonder then</em>, che durante i secoli &#8220;medievali&#8221; le chiese si distinguessero per propria consapevolezza e autorità nell&#8217;essere dei media certificati dalla loro stessa consacrazione. <em>Mass media</em>, appunto.<br />
<span style="font-size:medium">Sulle pareti esterne del <strong>Duomo di Modena</strong>, ci sono ad esempio numerose testimonianze della parità dei metodi di comunicazione a disposizione dell&#8217;unico, eterno messaggio di verità. Per capire quanto diverse fossero le modalità di trasmissione del racconto, cioè di una storia, o semplicemente di un&#8217;informazione, proviamo a fermarci ad osservare la <strong>porta della pescheria</strong>, situata sul lato settentrionale (lato Via Emilia per intenderci) del Duomo. L&#8217;archivolto è scolpito a bassorilievo con un episodio tratto dal ciclo arturiano, che fu probabilmente scelto per descrivere al fedele le pene e la morte che si impongono con la forza dei milites sul popolo, nella vita di tutti i giorni. La cosa più interessante è che la scultura anticipa di alcuni decenni la prima fonte scritta delle leggende dei <strong>cavalieri della Tavola Rotonda</strong>. Infatti, la prima opera letteraria che abbia organizzato metodicamente le leggende &#8211; di origine gallese, ma non solo &#8211; intorno al mitico re di Camelot e ai suoi cavalieri, è l&#8217;<em>Historia Regum Britanniae</em> di Goffredo di Monmouth, scritta tra il 1136 e il 1138.<br />
<span style="font-size:medium">È evidente che le condizioni sociali eleggevano la rappresentazione figurativa a medium più adatto a trasmettere il messaggio (in questo caso leggendario) in maniera efficace, essendo la lingua scritta poco diffusa. O forse, ma questa rimane solo una congettura seducente e abbastanza misteriosa, viceversa: meno diffusa perché le veniva preferita la forma figurata, e la scolpita prevalentemente. Resta il fatto che il cosiddetto medioevo &#8211; qual parola può tramandare il tempo delle figure? &#8211; era teatro di una comunicazione virtuale quotidiana, la realtà disponibile a un&#8217;estesa e profonda lettura allegorica, poiché comunque salvaguardata dalla Parola, unica e univoca, della dottrina. Questa, ovvero il Verbo e le sue divulgazioni &#8220;certificate&#8221; o credute tali, date le diffuse contaminazioni tra religione ufficiale e superstizione popolare, era in un senso assoluta: ab-soluta, e quindi sciolta da ogni legame con l&#8217;errore mondano e popolare. E di rimando il fedele poteva considerarsi assolto dall&#8217;onere di ragionarne: ad egli rimanevano, in tutta la loro efficacia, le figure.<br />
<span style="font-size:medium">Abbiamo detto che tra l&#8217;individuo e la verità non è lecito escludere un continuo commercio virtuale, fonte delle capacità interpretative del fedele necessarie al riconoscimento allegorico. Nel nostro caso specifico le figure dei personaggi cavallereschi intorno al <em>dux Arthurus</em> erano elette a strumento più augusto con il quale ri-portare un determinato messaggio. A tal scopo al fedele doveva essere ben chiaro quale ruolo questa figura giocasse nello scenario architettonico della chiesa. Sulla porta della pescheria Artù era infatti simbolo di una condizione negativa che la religione prometteva di sconfiggere agli uomini di buona volontà; si trattava dunque di un ruolo di contrasto con il valore della Redenzione, assolutamente positiva ed eternamente attesa da parte del fedele. Non è forse indizio di un rapporto virtuale, il fatto che la raffigurazione di Artù inserita all&#8217;interno della grande rappresentazione del Duomo sia impiegata in una realtà parallela a quella stabilita dai tradizionali valori della cavalleria celebrati nel &#8220;ciclo bretone&#8221;? La letteratura ci tramanda infatti le gesta cavalleresche come modello di fede, coraggio e forza, ma non sarebbe possibile scegliere a campione un semplice episodio di violenza come la lotta raffigurata sulla porta della pescheria, e, decontestualizzandolo totalmente, trarne un&#8217;informazione generale che proietti su tutta la saga un valore diverso come preminente. Ne risulterebbe un ciclo di racconti votato alla violenza tout-court contro gli umili messi a difesa delle proprie città.<br />
<span style="font-size:medium">Il fedele, e l&#8217;individuo in generale, doveva essere allenato a comunicare riconoscendo nel discorso, figurato od orale, i simboli, le allegorie e i valori, dal momento che di Artù non si era ancora parlato nella forma scritta, che a noi appare la più conveniente e quasi l&#8217;unica capace di trasmettere in maniera esauriente una storia. Eppure la sua figura veniva impiegata per ammonire il fedele, e nemmeno una tantum: il leggendario re compare anche a Bari, in una situazione architettonica analoga, su un bassorilievo della <em>Cattedrale di San Nicola</em>, di circa dieci anni antecedente il Duomo di Modena (**). Le leggende di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda dovevano essere conosciute a tal punto da poterne selezionare un frammento e impiegarlo allegoricamente come simbolo di un valore diverso da quello che emerge dalle storie in cui si trova complessivamente inserito. È il virtuale quotidiano che permette l&#8217;operazione artistica &#8211; che noi definiremmo postmoderna &#8211; di scolpire Artù su un capolavoro del Romanico. </p>
<p>(*) Il presente articolo si trova pubblicato nel numero speciale di Mumble: dedicato a Martin Mystère</p>
<p>(**) Compare inoltre nel grandioso mosaico pavimentale della <em>Cattedrale di Otranto</em>: qui è inserito in un ben più intricato sistema di rievocazioni cabbalistiche, come sostiene Sabato Scala in <a href="http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep5/ep5-scala.htm">questo</a> articolo.</p>
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		<title>01.2012 &#8211; Profezia del presente</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo vincenzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[02. linguacce]]></category>
		<category><![CDATA[11. a tema]]></category>
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		<description><![CDATA[Il concetto di Storia è opaco tanto quello di arte. Mantiene un residuo non fluidificato dagli interventi operati concettualmente nella storia, secondo i quali essa è giunta a conclusione, eppure tuttora v’è un residuo di concetto ignorato dallo sguardo illuminante del pensiero umano. Sempre un residuo rimarrà a testimonianza di una presenza impossibile da dire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/01-2012-profezia-del-presente/matrice_stili2/" rel="attachment wp-att-5828"><img src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/matrice_stili2-150x150.jpg" alt="" title="Matrice stilistica" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5828" /></a><span style="font-size:medium">Il concetto di Storia è opaco tanto quello di arte. Mantiene un residuo non fluidificato dagli interventi operati concettualmente nella storia, secondo i quali essa è giunta a conclusione, eppure tuttora v’è un residuo di concetto ignorato dallo sguardo illuminante del pensiero umano. Sempre un residuo rimarrà a testimonianza di una presenza impossibile da dire perché non passata, cioè oltre la Storia. L’opacità narrativa del presente è una necessità linguistica, poiché meccanismo razionale: l’ignoranza circa il contenuto delle scelte, dei progetti, del valore pratico e morale di un’azione, un’impresa, o di un sogno. Grande, e appassionata è l’attenzione verso il mezzo, verso la tecnica con cui si realizzano, si presentano e si manifestano i medesimi concetti. Senza che questa attenzione sia sbagliata nei confronti degli enti che essa evoca, tuttavia essa minaccia l’atto pratico correlato alla semplice speculazione delle alternative. Nella profezia l’interesse morale è implicito, è uno dei criteri narrativi che guidano il profeta, il parlante, alla formulazione di un <em>effetto</em> pratico. Per ritornare alla nostra critica della storia dell’arte (<a href="http://issuu.com/mumbleduepunti/docs/l_arte_finita">L&#8217;arte finita</a>, pagine 104-112): la matrice stilistica di Danto è corretta, ma la ragion pratica, l’assimilazione dei contenuti del pensiero utili al nostro presente al di là della storia narrata metaforicamente dalla matrice stessa, si presenta scegliendo un’unica alternativa tra quelle teorizzate nell’atto della sua nascita. Secondo Greenberg, la successione di stili modernisti era accomunata da un movente razionale corrispondente alla <strong><em>Ragion pura</em></strong> Kantiana. Applicando il medesimo parallelismo all’arte e genericamente al pensiero postmoderno, possiamo affermare che la necessità razionale emersa dalla seconda metà del Novecento, la “struttura storica” (Danto) del nostro tempo, corrisponda ai principî della <em><strong>Ragion pratica</strong></em> di Kant.<br />
<span style="font-size:medium">In effetti ci eravamo soffermati, da buoni attori del pensiero tecnologico, sulla messa a punto di un modello teleologico di valutazione; e non credo che abbiamo fallito nello svilupparlo. Le tecniche di comunicazione sono diventate il nostro interesse principale, i mezzi il contenuto predominante dei nostri desideri e progetti, soprattutto in campo scientifico. Ogni conclusione, fine, di un percorso linguistico e concettuale ritenuta vuota, inadatta al meccanismo e alla tecno-<em>logia</em>. L’obiettivo-in-sé è residuale, polvere utile soltanto se lasciata opaca, metafora da parafrasare nel suo contesto stilistico, non-fluidificata nel suo contenuto di verità, di cui siamo totalmente disinteressati. Il contenuto pratico di quanto è ottenuto, del sogno <em>realizzato</em>, della scoperta scientifica, della risposta data non viene considerato se non perché limite storico dello stile impiegato nella narrazione (<em>logìa</em>) delle tecniche per le quali si è giunti ad esso. Per parlare dello stato estetico in cui ci troviamo occorre necessariamente fare uso della verità toccata in esso, recuperando l’interesse per la prassi inenarrata tra gli enti. Il silenzio circa le alternative che formano l’ossatura tecnica del discorso permette la trasparenza concettuale, il fluire degli enti trattati razionalmente. Potrebbe sembrare che la valutazione dei metodi di deliberazione, il considerare le premesse in entrambi i loro valori di verità, protegga infine la verità della risposta raggiunta con la deliberazione. Per quanto corretta la metodologia di scelta, il ragionamento risulta però inconcludente, e infine ingiusto: il solo interesse formale, non appena viene espresso, mette a disagio l’unicità dell’ente. Esso <em>può essere</em> bianco in un caso e rosso nell’altro, ma per quanto si offre a noi l&#8217;ente <em>è</em> così e <em>soltanto</em> così. Questo dal momento che <em>l&#8217;altro</em> del dialogo, l’ente che parla, che risponde, che pensa, che profetizza, è unico: all’unica unicità riconosciuta, è unita l’unicità di tutto. All’utilità – pratica – di ogni profezia del presente occorre la trasparenza caratteristica dell’interesse nell’unicità: al fine storico del presente <em>non serve</em> lasciare opaco il contenuto delle nostre idee per presentare meglio i mezzi concettuali di cui ci possiamo servire nel formulare “tali” idee. La profezia del presente è un atto morale da compiere personalmente. </p>
<p><span style="font-size:medium"><em><strong>:::::FRANGETTA:::::::::::::::</strong></em><br />
<span style="font-size:medium"><em>Una previsione del futuro è attività che richiede una prontezza di spirito impossibile in questo vero momento. L’eventualità dell’avvento del futuro non si immagina. Ma si dovrebbe. È la dottrina, morale, della profezia. Una profezia, ora! Che ne sarà di tutto? La specie umana si adatterà alla mancanza di ossigeno, alla forza crescente di un clima assolato su paesaggi aridi e alla competizione procreativa scientificamente diretta? Si evolverà, la risposta universale è semplice. Della situazione sociale nei prossimi venti anni, invece, è difficile dire. La gerarchia politica e governativa si irrigidirà in senso elitario e due poli sociali con interessi e metodi differenti si radicalizzeranno. Purtroppo è come se l’estremo più autorevole stia per raggiungere tecniche molto potenti a testimonianza dei propri scopi. Una guerra nucleare vasta che è mezzo e fine allo stesso tempo, l’autentico mezzo finale … a cui le istituzioni governanti nulla oppongano. <strong>Realpolitik, che merdata.</strong> L’estremo modesto nel frattempo sperimenta forma di decrescita e regresso sempre dubbioso della propria efficacia, poiché ammaliato dal timore del rinnegamento tecnico, secchioni, sfattoni, sfrattati, ex-disonesti, da-sempre-generosi, ex-violenti, solitari, alcuni stronzi e molti altruisti. Ma ogni diniego apparente dell’attenzione agli strumenti non ha grande importanza di fronte al recuperato viso umano del pensiero. Si torna a parlare di sentimenti e di bene, ci si torna a preoccupare della reiterazione della propria specie nelle forme più giuste e ricche. Si torna a vedere e quindi osservare le persone, uniche e certo simili. Un residuo di bene umano che rimane pur sempre a disposizione dell’unità, la mia profezia del presente. </em></p>
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		<title>Memorie di un clubber (atto III)</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>donato gagliardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[08. love talking]]></category>
		<category><![CDATA[clubbing]]></category>
		<category><![CDATA[interiviste]]></category>
		<category><![CDATA[kinky]]></category>
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		<category><![CDATA[ricardo villalobos]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il trentennale del Kinky suonava Villalobos: da tutte le parti si gridava all&#8217;evento. Ci drogammo scriteriatamente. Non tanto per quantità, quanto per l&#8217;idiozia degli accostamenti: parcheggiando la macchina con Vanessa &#8211; devo ancora darle centoquaranta euro &#8211; avevamo già preso mezzo trip, tre pasticche l&#8217;una diversa dall&#8217;altra e un numero imprecisato di ditate d&#8217;emmeddì. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per il trentennale del Kinky suonava Villalobos: da tutte le parti si gridava all&#8217;evento. Ci drogammo scriteriatamente. Non tanto per quantità, quanto per l&#8217;idiozia degli accostamenti: parcheggiando la macchina con Vanessa &#8211; devo ancora darle centoquaranta euro &#8211; avevamo già preso mezzo trip, tre pasticche l&#8217;una diversa dall&#8217;altra e un numero imprecisato di ditate d&#8217;emmeddì. Mi ricordo una folla indistricabile di gente dalle undici fino alle sei del mattino; l&#8217;unico altro ricordo consistente che ho riguarda il momento preciso , in cui beccai casualmente Valentina in mezzo al marasma e, con un  sorrisone, le feci &#8220;mi stanno salendo! tutte insieme!&#8221;. A Kinky chiuso si andava  a piedi, in cordata, all&#8217;after. Qui tutti ci mettemmo a seguire un signor nessuno, probabilmente solo un mattiniero che non stava andando a nessun after. Ci furono riepiloghi confusi che ho obliato, sommarie organizzazzioni, poi si capì che l&#8217;after era, di fatto, attaccato al Kinky. La sorpresona fu che all&#8217;after &#8211; il locale sembrava la classica tavernetta della ricca borghesia anni sessanta -, invece dei soliti imbecilli, in consolle c&#8217;era ancora Villalobos, e Villalobos in consolle ci rimase per altre sei ore secche.<br />
R. (scrivo solo l&#8217;iniziale, è un po&#8217; che non lo sento, ma sicuramente se ne avrebbe a male se lo smascherassi: così invece potrà dire che questa intervista e queste circostanze sono solo frutto della mia fantasia), dopo una breve orgia a casa di Vanessa si propose spontaneamente di sottoporsi ai quesiti di LoveTalking.</p>
<p>A questa intervista non dovrebbe essere attribuito valore scientifico, signor Kinsey.</p>
<p><strong>Sai cosa significa love talking?</strong><br />
No, ma immagino me lo spiegherai.<br />
<strong>Esatto. Il love talking è l’attitudine a parlare con il proprio partner durante l’atto sessuale. Solitamente, quando si parla di love talking ci si riferisce ad un linguaggio a tratti scurrile, di incitamento al piacere o atto ad esortare il partner a fare ciò che si vorrebbe facesse. Hai mai praticato love talking?</strong><br />
Sì, mi facevano domande e io rispondevo…più che altro mi distraeva. Ora tendo a non parlare. Preferisco farlo prima e dopo, non durante.<br />
<strong>Provi qualche tipo d’imbarazzo nel rispondere a domande sulle tue abitudini sessuali?</strong><br />
Non più di tanto.<br />
<strong>La nostra opinione è che in Italia sesso e libertà sessuale siano concetti sbandierati in modo eccessivo, in pubblico e dai media, ma che in realtà all’interno della sfera privata rappresentino ancora un tabù, perlomeno sotto certi aspetti. Cosa ne pensi?</strong><br />
No, non mi pare che il sesso sia vissuto come un tabù. Nemmeno a livello privato.<br />
<strong>Uhm&#8230;dai ti avevo detto di darmi ragione, su questi quesiti d’intelletto&#8230;vabbè&#8230;Prossima domanda. Cosa non deve assolutamente fare la tua partner, durante il rapporto o i preliminari, per non rischiare di azzerare la tua eccitazione?</strong><br />
Insistere.<br />
<strong>Hai mai chiesto alla tua partner di realizzare tuoi desideri sessuali per i quali provavi vergogna?</strong><br />
Eccome, con ottimi risultati.<br />
<strong>Ti è mai successo il contrario?</strong><br />
Sì.<br />
<strong>Come hai reagito?</strong><br />
Accettando, non ci trovavo nulla di male.<br />
<strong>Ti è mai capitato di avere incontri occasionali con persone incontrate il giorno stesso?</strong><br />
No. Ma non ho rimpianti a riguardo.<br />
<strong>Che caro. Hai mai pensato, da piccolo, che sì, un giorno avresti fatto sesso, ma che mai avresti avuto rapporti orali o anali?</strong><br />
Stai scherzando?!<br />
<strong>Sono un burlone. Domanda di rito: dai importanza all’uso del preservativo e di altri metodi anticoncezionali, o ti capita spesso di lasciarti travolgere dalla passione e dimenticartene?</strong><br />
Senza preservativo non vado, piuttosto preferisco saltare il turno.<br />
<strong>Anche durante un’orgia?</strong><br />
Anche.<br />
<strong>Volontà di ferro, bravo! Ci diresti qual è la media dei tuoi rapporti in una settimana, o è una domanda troppo personale?</strong><br />
Te lo dico: tre.<br />
<strong>E’ il mio numero preferito. L’ intervista è finita. Anzi no. Va bene se non parliamo più di questa sera per il resto delle nostre vite? Potremmo, al limite scriverne su giornali studenteschi. Quello sarebbe un modo carino per fare sapere al nostro professore di Economia che sua figlia ha avuto rapporti con noi. Non trovi?</strong><br />
Trovo.<br />
<strong>E’ fatta allora.</strong></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/N2wqmGu1EY8?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Tubax Il Mondo Stava Finendo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 21:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Murgia</dc:creator>
				<category><![CDATA[18. |m|/]]></category>
		<category><![CDATA[enrico gabrielli]]></category>
		<category><![CDATA[il mondo stava finendo]]></category>
		<category><![CDATA[Megasound]]></category>
		<category><![CDATA[tubax]]></category>

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		<description><![CDATA[Tubax Il Mondo Stava Finendo Megasound &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Math, Prog, Funk e Jazz oppure, come sostenevano i Lounge Lizard, Punk-Jazz. Il Mondo Stava Finendo dei bolognesi Tubax è tutto questo: una cornucopia di suoni e citazioni che travalicano ogni confine, aggirando ogni steccato o tentativo di classificazione “scolastica”. Prog–rock scartavetrato dell’onanismo: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tubax</p>
<p>Il Mondo Stava Finendo</p>
<p>Megasound</p>
<p><a href="http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/tubax-il-mondo-stava-finendo/artwork/" rel="attachment wp-att-5784"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5784" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/artwork-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p style="text-align: justify">Math, Prog, Funk e Jazz oppure, come sostenevano i Lounge Lizard, Punk-Jazz. <strong><em>Il Mondo Stava Finendo</em></strong><em> </em>dei bolognesi <strong>Tubax</strong> è tutto questo: una cornucopia di suoni e citazioni che travalicano ogni confine, aggirando ogni steccato o tentativo di classificazione “scolastica”. Prog–rock scartavetrato dell’onanismo: Bacalov e il Concerto Grosso secondo il vangelo di Claypool. Interamente registrato in presa diretta, <strong><em>Il Mondo Stava Finendo</em></strong> è un piccolo Bignami del Rock d’avanguardia, quello per cui è stato speso, a volte impropriamente, il prefisso Post. Ospiti illustri Enrico Gabrielli, che sforna in <em>Bigfoot</em> una prestazione al flauto traverso che riporta alla memoria il miglior Vittorio De Scalzi, Federico Fantuz in una <em>Radar</em> che ammicca al <strong>Santana</strong> di <strong><em>Caravanserai</em></strong> e il sax contralto di Marcello Malpensa. Menzione particolare merita il video di <em>I topi non hanno nipoti</em>, palindromico titolo per palindromico video, vincitore del concorso <em>45 giri Festival</em> e girato dalla troupe di Pordenone <strong>Nonnetto Coatto</strong>. Il power trio felsineo sforna un disco solido, enciclopedico per il numero di citazioni contenute, capace di scontrarsi su fronti in cui agiscono pesi massimi come gli inglesi <strong>Three Trapped Tigers</strong> e i francesi <strong>Cheval de fries</strong>.</p>
<p>Tracklist:</p>
<p>1-    T-Rex</p>
<p>2-    Carapace</p>
<p>3-    Eola Oirali</p>
<p>4-    Er Nonno</p>
<p>5-    Bigfoot</p>
<p>6-    L’uomo pila</p>
<p>7-    Radar</p>
<p>8-    I topi non avevano nipoti</p>
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		<title>La storia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 16:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raffaella</dc:creator>
				<category><![CDATA[00. presente]]></category>
		<category><![CDATA[15. il rasoio di occam]]></category>
		<category><![CDATA[16 ottobre 1943]]></category>
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		<description><![CDATA[I morti di oggi non valgono meno di quelli di allora, ma questa è una giornata di ottobre del ’43 a Roma, e questi sono i nostri morti, la nostra storia… &#160; In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I morti di oggi non valgono meno di quelli di allora, ma questa è una giornata di ottobre del ’43 a Roma, e questi sono i nostri morti, la nostra storia…</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro. Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio di occhi fissi. In quel momento, non c&#8217;era nessuno di guardia al treno. La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza calze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro al corpo sformato. Correva sguaiatamente urlando lungo tutta la fila dei vagoni con una voce quasi oscena: «Settimio! Settimio!&#8230; Graziella!&#8230; Manuele! Settimio!&#8230; Settimio! Esterina!&#8230; Manuele!&#8230; Angelino!&#8230;»</p>
<p>Dall&#8217;interno del convoglio, qualche voce ignota la raggiunse per gridarle d&#8217;andare via: se no <em>quelli</em>, tornando tra poco, avrebbero preso lei pure: «Nooo! No, che nun me ne vado!» essa in risposta inveì minacciosa e inferocita, picchiando i pugni contro i carri, «qua c’è la mia famiglia! chiamateli! Di Segni! Famiglia Di Segni!»… «Settimioo!» eruppe d’un tratto, accorrendo protesa verso uno dei vagoni e attaccandosi alla spranga del portello, nel tentativo impossibile di sforzarlo. Dietro la graticciola in alto, era comparsa una piccola testa di vecchio. Si vedevano i suoi occhiali tralucere fra il buio retrostante, sul suo naso macilento, e le sue mani minute aggrappate ai ferri. «Settimio!! e gli altri?! sono qua con te?» «Vattene, Celeste», le disse il marito, «ti dico: vattene subito, che <em>quelli</em> stanno per tornare…»</p>
<p>Ida riconobbe la sua voce lenta e sentenziosa. Era la stessa che, altre volte, nel suo bugigattolo pieno di roba vecchia, le aveva detto, per esempio, con savio e ponderato criterio: «Questo, signora, non vale nemmeno il prezzo della riparazione…» oppure: «Di tutto questo, in blocco, posso darle sei lire…» ma oggi suonava atona, estranea, come da un atroce paradiso di là da ogni recapito. L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano dei vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlotti senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come «bere!» «aria!» Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto. E Ida riconosceva questo coro confuso. Non meno che le strida quasi indecenti della signora, e che gli accenti sentenziosi del vecchio Di Segni, tutto questo misero vocio dei carri la adescava con una dolcezza struggente, per una memoria continua che non le tornava dai tempi, ma da un altro canale: di là stesso dove la ninnavano le canzoncine calabresi di suo padre, o la poesia anonima della notte avanti, o i bacetti che le bisbigliavano carina carina. Era un punto di riposo che la tirava in basso, nella tana promiscua di un’unica famiglia sterminata.</p>
<p>«È tutta la mattinata che sto a girà…» La signora De Segni, protesa verso quel viso occhialuto alla graticciola, s’era messa a chiacchierare frettolosamente, in una specie di pettegolezzo febbrile, ma pure nella maniera familiare, e quasi corrente, di una sposa che rende conto del proprio tempo allo sposo. Raccontava come stamattina verso le dieci, secondo il previsto, era tornata da Fara Sabina con due fiaschi di olio d’oliva che ci aveva rimediato. E arrivando aveva trovato il quartiere deserto, le porte sbarrate, nessuno nelle case, nessuno nella via. Nessuno. E s’era informata, aveva chiesto qua e là, al caffettiere ariano, al giornalaio ariano. E domanda qua, e domanda là. Pure il tempio deserto. «…e corri de qua, e corri de là, e da uno e da un artro… Stanno ar Collegio Militare… a Termini… alla Tibburtina…» «Vattene, Celeste». «No che non me ne vado!! Io pure so’ giudia! Vojo montà pur’io su questo treno!!» «Resciùd, Celeste, in nome di Dio, vattene, prima che <em>quelli</em> tornino». «Noooo! No! Settimio! E dove stanno gli altri? Manuele? Graziella? Er pupetto?&#8230; Perché nun se fanno véde?» D’un tratto, come una pazza, ruppe di nuovo a urlare: «Angelinoo! Esterina! Manuele!! Graziella!!» Nell’interno del vagone si avvertì un certo sommovimento. Arrampicatisi in qualche modo fino alla grata s’intravvidero, alle spalle del vecchio, una testolina irsuta, due occhietti neri… «Esterina! Esterinaa! Graziellaa!! Apritemi! Nun ce sta gnisuno, qua? Io so’ giudia! So’ giudia! Devo partì pur’io! Aprite! Fascisti! FASCISTI!! aprite!» Gridava <em>fascisti</em> non nel senso di un’accusa o di un insulto, ma proprio come una qualificazione interlocutoria naturale, al modo come si direbbe <em>Signori</em> <em>Giurati</em> o <em>Ufficiali</em>, per appellarsi agli Ordini e Competenze del caso. E si accaniva nel suo tentativo impossibile di sforzare le sbarre di chiusura. «Vada via! Signora! non resti qui! È meglio per lei! Se ne vada subito!» Dai servizi centrali della Stazione, di là dallo scalo, degli uomini (facchini e impiegati) si agitavano a distanza verso di lei, sollecitandola coi gesti. Però non si avvicinavano al treno. Sembravano, anzi, evitarlo, come una stanza funebre o appestata.</p>
<p>Della presenza di Ida, rimasta un poco indietro al limite della rampa, non s’interessava ancora nessuno; e lei pure s’era quasi smemorata di se stessa. Si sentiva invasa da una debolezza estrema; e per quanto, lì all’aperto sulla piattaforma, il calore non fosse eccessivo, s’era coperta di sudore come avesse la febbre a quaranta gradi. Però, si lasciava a questa debolezza del suo corpo come all’ultima dolcezza possibile, che la faceva smarrire in quella folla, mescolata con gli altri sudori. Sentì suonare delle campane; e le passò nella testa l’avviso che bisognava correre a concludere il giro della spesa giornaliera, forse le botteghe già chiudevano. Poi sentì dei colpi fondi e ritmati, che rimbombavano da qualche parte vicino a lei; e li credette, lì per lì, i soffi della macchina in movimento, immaginando che forse il treno si preparasse alla partenza. Però subitamente si rese conto che quei colpi l’avevano accompagnata per tutto il tempo ch’era stata qua sulla piattaforma, anche se lei non ci aveva badato prima; e che essi risuonavano vicinissimi a lei, proprio accosto al suo corpo. Difatti, era il cuore di Useppe che batteva a quel modo.</p>
<p>Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo braccio, col fianco sinistro contro il suo petto; ma teneva la testa girata a guardare il treno. In realtà, non s’era più mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore. «Useppe…» lo chiamò a bassa voce. Useppe si rigirò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fisso, che, pure all’incontrarsi col suo non la interrogava. C’era, nell’orrore sterminato del suo sguardo, anche una paura, o piuttosto uno stupore attonito; ma era uno stupore che non domandava nessuna spiegazione.</p>
<p align="right">Elsa Morante, <em>La storia</em></p>
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		<title>Sulla strada della memoria, diario di bordo.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 14:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessio mori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima corrispondenza dal nostro inviato sul Treno della Memoria. Giorno 1 – La partenza “Un inno alla gioia, non un viaggio di penitenza” Il nostro treno per Auschwitz è cominciato sotto un bel sole, clima forse un po’ inusuale per un viaggio del genere. Ma sicuramente un ottimo auspicio. Alle 09.30 il piazzale era già [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prima corrispondenza dal nostro inviato sul Treno della Memoria.</em></p>
<p>Giorno 1 – La partenza<br />
<span style="font-size: medium"><strong>“Un inno alla gioia, non un viaggio di penitenza”</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium">Il nostro treno per Auschwitz è cominciato sotto un bel sole, clima forse un po’ inusuale per un viaggio del genere. Ma sicuramente un ottimo auspicio. Alle 09.30 il piazzale era già gremito, pieno di studenti, di insegnanti, di accompagnatori, e di appassionati curiosi che hanno deciso di partecipare attivamente alle emozioni di chi come noi stava partendo. Gruppi di ragazzi che, ridendo tra loro, controllavano che gli striscioni preparati con passione fossero pronti per il viaggio. La partenza è stata anticipata dai saluti delle autorità, che hanno sottolineato come questa esperienza che ci apprestiamo a vivere rimanga una fondamentale parentesi nella vita delle quasi seimila persone che, fin dalla prima esperienza di otto anni fa, hanno avuto la fortuna di potervi partecipare. E tutti, in quel piazzale, si sono augurati che almeno altrettante persone possano avere il nostro stesso privilegio. Il ricordo, la consapevolezza che quello che è accaduto, e la forte convinzione di dover assolutamente continuare a combattere perché questo non si ripeta più in futuro sono stati i concetti fondamentali di tutti gli interventi. Significativo quello di due ragazzi che hanno partecipato al treno l’anno scorso: ancora emozionati hanno augurato a tutti noi di ritrovare noi stessi, di fare nostra questa esperienza e di portarla con noi negli anni che verranno. La frase che più di tutte mi è rimasta in mente è stata questa: “dovete apprestarvi a compiere questo viaggio con la consapevolezza che sia un inno alla gioia, e non un viaggio di penitenza”. Con queste parole e col sorriso sulle labbra ci siamo messi in cammino, convinti che al ritorno, ognuno a modo suo, saremo tutti comunque un po’ diversi… Si è detto che la cosa fondamentale di questa esperienza è la condivisione: con queste parole diamo il via ad un piccolo diario di viaggio. Ogni giorno vi farò avere un resoconto delle nostre emozioni, sperando che tutti voi possiate sentirvi un po’ più vicini a noi.</span></p>
<p>Giorno 1 – La notte<br />
<span style="font-size: medium"><strong>“Una comunità in movimento”</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium">«Sul treno è scesa la notte. Dopo una giornata trascorsa tra chiacchiere, risate, libri e giornali, il buio ha avvolto i vagoni e abbiamo lasciato l’Italia. In una perfetta commistione di età e di generi, giovani e meno giovani fraternizzano fra loro, condividendo i motivi del viaggio, ma anche molto più semplicemente parlando del più e del meno. La conferma degli intenti espressi nei pensieri di stamattina, sta diventando realtà man mano che passa il tempo. La prima serata è trascorsa all’insegna del buon umore, e del piacere di stare insieme.<br />
Dopo una discussione sulla possibilità delle parole di diventare pietre, se usate in maniera sbagliata, con la spensieratezza di un fumettista, è stato il momento della musica con <em>I Giardini di Mirò</em> nel vagone ristorante dove abbiamo dato voce a quelle canzoni popolari, <em>Bella Ciao</em> in testa, che ogni volta di più sono capaci di riscaldare i cuori e farci sentire veramente una comunità, questa volta in movimento. E mentre la maggior parte delle persone si sono via via ritirate nelle cabine, chi per leggere, chi per dormire, noi siamo ancora qui, a continuare il viaggio, a continuare le chiacchiere con tanti giovani compagni di avventura.<br />
È l’una di notte, e mentre il treno attraversa l’Europa, anche le nostre menti continuano a viaggiare…»</span></p>
<p>Giorno 2<br />
<span style="font-size: medium"><strong>L&#8217;arrivo a Cracovia</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium">«È stato un giorno particolare per tutti noi. Dopo una bellissima giornata, utile a galvanizzare gli animi dei partecipanti, oggi (ndr giovedì 26 gennaio) è stato una giorno decisamente più interlocutorio. E tutto questo abbiamo iniziato a percepirlo già dal nostro risveglio. Freddo, neve e vento hanno “benedetto” il nostro arrivo in Polonia. E se al clima festoso (e praticamente insonne) dell’ultimo episodio di questo diario, uniamo la preparazione alla giornata di domani (ndr venerdì 27 gennaio), potrete facilmente immaginare come la giornata sia stata alquanto “strana” e sostanzialmente di attesa. In questo clima particolare, che possiamo senza troppa fatica definire anche un po’ surreale, abbiamo comunque avuto modo di visitare il bellissimo centro storico di Cracovia. Il Castello del Wavel, la cattedrale, e qualche tappa gastronomica hanno contrassegnato questo pomeriggio attendista. Anche l’incontro della sera, un monologo a cura dello scrittore Paolo Nori, non è riuscito a fuggire da queste sensazioni. Nella sala del cinema Kijow c’eravamo praticamente tutti, ma le nostre menti erano già proiettate a quello che ci aspetterà. Le visite ai campi di Birkenau e di Auschwitz 1, dove ci attendono anche le commemorazioni ufficiali per la Giornata della Memoria. La convinzione di tutti è che saranno i prossimi due giorni a dare la svolta definitiva a questo nostro viaggio, e tutti siamo consapevoli che controllare le emozioni, finora mantenute in ghiaccio, sarà tremendamente difficile. Se oggi il freddo era solo una condizione fisica, domani sarà anche, e soprattutto, interiore. Non dovremo avere paura di mostrare tutte le nostre sensazioni, e sono sicuro che saremo in grado di farlo. Il Treno per Auschwitz è soprattutto questo. Il nostro viaggio continua…»</span></p>
<p>Giorno 3 e 4<br />
<span style="font-size: medium"><strong>Birkenau e Auschwitz</strong></span></p>

<a href='http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/01/sulla-strada-della-memoria-diario-di-bordo/trenomemoria/' title='trenomemoria'><img width="150" height="150" src="http://www.mumbleduepunti.it/site/wp-content/uploads/2012/01/trenomemoria-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="trenomemoria" title="trenomemoria" /></a>
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<p><span style="font-size: medium">I due giorni centrali del viaggio, quelli delle sensazioni più forti. Giornata della Memoria, con la visita al campo di <em>Auschwitz II- Birkenau</em>, poi la visita ai campi di <em>Auschwitz I</em>, la commemorazione modenese di nuovo a Birkenau e la visita, inaspettata ma non per questo meno gradita, al sito in cui si trovava il campo di Monowitz. Ha completato queste due giornate un momento decisamente più lieto, ma allo stesso tempo ugualmente interessante e capace di offrire grandi spunti di riflessione, lo spettacolo “<strong>I virus della memoria</strong>” di Carlo Lucarelli. Andiamo però con ordine. Faceva freddo in Polonia, ma più che il gelo che abbiamo patito, quello che ci ha toccato maggiormente è stato quello interiore. L’arrivo alla <em>Juden Rampe</em>, la camminata verso la prima porta dell’inferno, quella di Birkenau, trasmettono emozioni forti, ma che sono comunque poca cosa rispetto a quello che si prova quando ci si rende conto della enorme vastità del secondo campo di Auschwitz. E quello che fa più male è il silenzio che lo attraversa, un silenzio spesso portato da un vento gelido, che entra nelle ossa, simbolo perfetto delle emozioni che quel posto è in grado di suscitare in noi. Ma quello che ha sublimato è stata la celebrazione ufficiale della Giornata della Memoria. Come sempre accade in quelle occasioni non c’è nulla di più toccante che vedere i reduci e i parenti delle vittime farsi carico dell’ennesima sofferenza per permettere a tutti noi di continuare a riflettere, di continuare a ricordare. Di far sì che la conoscenza non permetta che l’uomo ci ricaschi. E tutti noi ci siamo commossi nel vedere quelle donne e quegli uomini togliersi la coperta dalle gambe, alzarsi dalla sedia e andare a lasciare una candela sulle lapidi commemorative, poste in fondo alla spianata di Birkenau. Avevamo bisogno di un po’di recupero, più mentale che fisico, dopo una giornata del genere e lo spettacolo della sera è stato un perfetto ricostituente. Perché ci ha consentito di continuare a riflettere su quello che avevamo provato, ma è riuscito a farlo in maniera leggera ed accattivante. Con le parole dette da Carlo Lucarelli e recitate da Paolo Nori, e le musiche suonate da Carlo Boccadoro e da I Giardini di Mirò. Si è detto che i virus della memoria sono cinque. Fermarsi ai numeri; trovare il punto di rottura, che ognuno di noi ha e che è però differente da una persona all’altra; pensare che tutto quello che è successo, e che deve essere capito e ricordato, non ci appartenga, ed infine pensare che tutto quello che è successo sia solamente una storia triste. Sviscerando questi cinque virus, con esempi che apparentemente avrebbero potuto far pensare il contrario (si è sempre citato persone che non sono riuscite a rimanere in vita), Lucarelli e gli altri ci hanno fatto capire che questa storia è la storia di una vittoria. Concludendo con questa frase. &#8220;<em>Non si può avere in antipatia le persone per quello che sono! Si può averle in antipatia per quello che fanno ma non per quello che sono! L&#8217;obiettivo del nazismo era vincere la guerra e non lasciare traccia dello sterminio! La guerra l&#8217;hanno persa e noi siamo qui a parlarne! Auschwitz paradossalmente è la loro più grande sconfitta perché finché noi ne parliamo, noi vinciamo e loro perdono!</em>&#8221; E tutti noi, con in mente queste parole, siamo andati a letto con il cuore più leggero. Ne avevamo bisogno, anche perché poi abbiamo completato il percorso.</span><br />
<span style="font-size: medium">La visita ad <strong>Auschwitz I</strong> è stato un nuovo “pugno alla bocca dello stomaco”. Un campo esteriormente più “umano” rispetto a Birkenau, ma non per questo meno atroce. La durezza della scritta “Arbeit macht frei” viene amplificata dal venire a conoscenza che sotto di essa una banda doveva suonare sia all’uscita che al rientro delle persone dai massacranti turni di lavoro. E la conferma di quello che tutti noi già, in maniera più o meno approfondita abbiamo imparato nel corso degli anni. La montagna di capelli umani, così come quella delle scarpe abbandonate e dei tegami, sono la conferma che quei posti di umano non avevano proprio nulla. E che l’inferno non è solo quello ultraterreno. Per confermare che però questo viaggio è in realtà un inno alla gioia, nel pomeriggio si sono succeduti due momenti che hanno riportato in alto il morale della delegazione, non smettendo di farci però continuare a rimanere sul pezzo. Prima la commemorazione tutta modenese, con i ragazzi delle scuole in testa, al monumento di Birkenau. Le loro parole, i loro striscioni sono state la miglior medicina che potessimo ingerire. E questa volta il vento gelido che ha tornato a spirare sulla spianata non è riuscito a penetrarci nelle ossa. Perché il futuro vi si stava contrapponendo. Ed infine c’è stato il momento a sorpresa. Inaspettato, ma proprio per questo più bello. Per il secondo anno consecutivo la Fondazione Ex campo di Fossoli e tutte le persone che collaborano con loro hanno deciso di commemorare anche il campo di Monowitz, dove è stato internato Primo Levi e dove ha iniziato a scrivere “Se questo è un uomo”, forse il libro più letto fra i tanti sull’Olocausto. Abbiamo deposto dieci rose rosse sulla nuda terra di quello che era il <em>Lager</em>, e che oggi è un campo coltivato in mezzo alle abitazioni. Le abbiamo deposte anche con la speranza che il Governo Italiano decida di riconoscere quel luogo ponendovi un monumento, quanto meno per onorare la figura di <strong>Primo Levi</strong>. Calata la sera ci aspetta il ritorno alla gioia. Stasera si farà festa, in quel di Cracovia, con il concerto de I Giardini di Mirò. Perché questa è una storia di una vittoria. Perché questo è il nostro inno alla gioia.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium">E il viaggio continua…</span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em>Quest’ultima pagina del diario la scrivo da casa. Dopo aver trascorso la prima notte tornati dal viaggio, una volta che il turbinio di emozioni che abbiamo avuto modo di provare in questi giorni si è fissato nella mia mente. Alla partenza la voce comune era “questo viaggio vi cambierà la vita”. Credo che la previsione sia stata azzeccata. Per quanto mi riguarda l’ha cambiata sicuramente in meglio. Nonostante i luoghi che abbiamo visitato siano portatori di terrore, stupidità e totale privazione del senso di umana pietà reputo l’esperienza che ho appena finito di vivere una delle più belle della mia vita. Perché è stato uno stupendo “gioco” a compensazioni. I sentimenti negativi, quel senso di oppressione fortissima che provi quando guardi, ma soprattutto ascolti, la gelida spianata di Birkenau, una delle emozioni più intense che credo abbia mai provato finora, sono stati ripianati dalla possibilità di trascorrere questo viaggio con le persone che ci stavano attorno, in modo particolare i ragazzi delle scuole superiori. Ci era stato consigliato dalle guide e dalle ragazze della fondazione Ex Campo di Fossoli di guardare i ragazzi quando saremmo entrati nei campi, e lo abbiamo fatto. Abbiamo visto nei loro occhi la nostra stessa emozione, la nostra stessa paura, il nostro stesso senso di smarrimento ma mitigato da un senso di curiosità e di voglia di capire che hanno avuto la capacità di alleviare il nostro dolore. E’ stato soprattutto grazie a loro che questo viaggio è stato indimenticabile, e sono estremamente fortunato ad esserne finalmente riuscito a prenderne parte.</em></span></p>
<p>Giorni 5 e 6<br />
<span style="font-size: medium">Gli ultimi due giorni in viaggio sono stati di nuovo leggeri. La visita al ghetto di Cracovia, e la scoperta di una città bellissima, ricca di storia ma allo stesso tempo piena di università, e quindi proiettata al futuro, ci hanno preparato al ritorno verso casa. Il viaggio è stato nuovamente una festa per tutti noi. Una festa resa più faticosa dalla stanchezza accumulata nei giorni precedenti, ma che si è protratta per quasi l’intero giorno di marcia. Abbiamo potuto cementare i rapporti intessuti durante questa esperienza, e tra un fiume di chiacchiere, qualche partita a carte, e le solite ed immancabili risate siamo arrivati a Carpi. Gli abbracci, qualche lacrima, e i saluti di fine viaggio sono stati l’ennesimo momento toccante. E’ meraviglioso vedere come ci sia stata, da parte di tutti, la consapevolezza di essere diventati una comunità in cammino. Il viaggio ha avuto senso perché lo abbiamo fatto insieme. Da soli non sarebbe stata la stessa cosa. E proprio perché lo abbiamo fatto insieme, seicento persone che si sommano alle quasi seimila che hanno partecipato alle precedenti edizioni, la nostra esperienza è ancora di più la storia di una vittoria. <em><strong>Abbiamo vinto perché abbiamo visto coi nostri occhi. Abbiamo vinto perché abbiamo sentito sulla nostra pelle il vento gelido che spazza la campagna di Auschwitz. Abbiamo vinto perché potremo raccontare tutto ciò adesso a chi ci sta intorno, un domani ai nostri figli.</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium">Concludo questo diario con dei doverosi ringraziamenti, e con una speranza. Un grazie enorme va alla Fondazione Ex Campo di Fossoli, che rende possibile il compimento di questo piccolo grande miracolo, anno dopo anno da otto anni a questa parte. A tutte le guide che ci hanno accompagnato durante il viaggio, e che ci hanno arricchito con le loro parole ed alleviato con i loro sorrisi. A tutte le persone che erano sul treno, con una menzione particolare alle ragazze ed ai ragazzi delle scuole superiori. Ed infine grazie a voi, che avete letto queste parole, sperando che abbiano contribuito a farvi capire quello che abbiamo vissuto. Spero vivamente che questo viaggio, ormai tradizionale possa mantenersi nel tempo, che le difficoltà incontrate quest’anno riescano ad essere superate e non si inaspriscano col passare del tempo. Sarebbe una piccola grande sconfitta. Ma questa è la storia di una vittoria, e quindi non ce la possiamo permettere.</span></p>
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