TAGLIACORTO 2011

Tagliacorto!
Literature comes to town.

Pubblichiamo a seguito il racconto vincitore della seconda edizione di Tagliacorto!, concorso di scrittura creativa svoltosi durante la 19esima edizione dell’Ozu Film Festival di Sassuolo (13-16 ottobre 2011). Ogni partecipante aveva 45 minuti di tempo per comporre un breve racconto che contenesse una delle tre citazioni cinematografiche selezionate dagli organizzatori. Gli elaborati vincitori sono stati selezionati dallo scrittore Gianluca Morozzi, ospite di un incontro pubblico organizzato in occasione di Indidee 2011.

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Autore: Olga Paltrinieri
Citazione: “Non dovresti consigliarti con me quando si tratta di rapporti con le donne. Io sono il vincitore del premio Sigmund Freud.” Woody Allen, Manhattan

L’undici settembre 2001, mentre il mondo andava a puttane, io ero presa soltanto dal mio personalissimo dramma. L’undici settembre 2001, mentre il resto del mondo guardava il peggior film catastrofico di inizio secolo, io me ne stavo in un parco a piangere e parlare con Andrea, Andrea che mi diceva di non essere forse più innamorato di me. Che ci fosse qualcosa di storto l’avevo capito già da un po’, da quando quel mattino mi aveva chiesto di andare a prendere un caffè dopo pranzo. (Noi due, caffè insieme, non ne avevamo mai presi, e fosse stato per me sarebbe andata avanti così, e state pur sicuri che nella mia vita sentimentale successiva mi sarei fatta un punto d’onore di non prendere più caffè con nessuno.)
L’altro elemento sospetto era stata la sua visita mattutina a Marcello: quando lo avevo cercato a casa sua madre mi aveva comunicato che era uscito verso le nove per andare dal nostro comune amico, l’anima tenera con cui tutti trovavano il coraggio di confessarsi.
A posteriori, posso pure immaginarmelo, quel colloquio: Andrea che borbotta le sue indecisioni, il povero Marcello che ascolta paziente, sbottando solo alla fine un’uscita delle sue, qualcosa come “Non dovresti consigliarti con me quando si tratta di rapporti con le donne. Io sono il vincitore del premio Sigmund Freud. Anzi, io sono il fottuto Sigmund Freud in persona”.
E a quel punto, forte dei preziosi consigli di Marcello, eccolo lì, a ripetere a me tutte le sue confuse confessioni. Ti voglio bene, non so se ti amo, forse ti amo però ho paura, blablablablabla. Devo confessare che già dopo le prime frasi avevo iniziato a lacrimare nel caffè, così eravamo usciti e ci eravamo spostati nel parco, dove avevo iniziato a lacrimare liberamente su una panchina. A un certo punto avevo persino smesso di ascoltarlo, lasciando che nella testa mi scorresse come un loop sempre la stessa canzone, quella Nothing Man che poi avrei sempre collegato a un senso di sconfitta e di moccio che cola dal naso. L’inutile chiacchierata era proseguita oltre ogni decenza di tempo ed oltre ogni mia pretesa di dignità. Lo sguardo di Andrea si era fatto sempre più dolce, finché abbandonando anche l’ultimo brandello di coerenza, se ne era uscito con una frase che al momento parve un capolavoro di romanticismo: “Andiamo al cinema?”
E anche se ovviamente non siamo andati a quel merdoso cinema, perché l’unica cosa buona di una riappacificazione è una clamorosa scopata, io in quel momento ho capito che non mi avrebbe lasciata. Per cui, dopo l’invito al cinema, siamo andati a casa mia, e lì siamo rimasti.
E dopo tutti i riti del caso, dopo un geniale lunghissimo calumet della pace, abbiamo acceso la TV. Alla TV parlavano delle torri gemelle, degli aerei, del futuro caotico che aspettava dietro l’angolo.
Nonostante tutto, l’11 settembre, con lui incollato alla mia schiena e le sue mani addosso, io ero felice.
Per cui nei vostri ricordi collettivi sul peggior giorno degli anni duemila è meglio che non mi chiediate “Cosa ricordi tu?” Perché in realtà è questo che ricordo, e ancora sorrido.

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Autore: Manuel Mazzacani
Citazione: “Io non so niente! Se lo sapessi ve lo direi. Io sono un vigliacco lo sanno tutti.” Alberto Sordi, La grande guerra di Mario Monicelli

Erano da poco passate le otto, quando rincasai. I piccoli pezzi di vetro che erano conficcati nel braccio mi infastidivano e non poco. Feci una doccia lunga, calda, di quelle che non ti fai tutti i giorni. Di quelle che lavano via colpa, dolore e rimorso. Andai a letto senza mangiare nulla anche se lo stomaco brontolava. Chiusi gli occhi. Era finita.
Il treno di prima mattina è sudicio più che nelle altre ore del giorno. Assorbe l’umidità della notte e la puzza stagnante dei magazzini. Il controllore, tale Carlo, che a malapena saluto, mi squadra come di consuetudine prima di obliterarmi il biglietto. Sono 17 anni che mi vede ma evidentemente non si è ancora abituato alla mia tuta azzurra. Arrivo in portineria e saluto Matteo. Mi è simpatico e due volte la settimana lo passo a trovare nel suo piccolo monolocale per una bevuta e due chiacchiere. 10 anni che è lì, a timbrare i cartellini degli operai. Ha perso il sorriso da tempo ma tira avanti, in fondo. Suona la sirena e tutti ci dirigiamo al macchinario. In fila come tante auto in coda al casello. La porta è stretta e passano solo due o tre alla volta. Il lavoro è duro, ma semplice. Assembli i pezzi, passi al macchinario, clicchi un bottone e ottieni il prodotto. Si chiama produzione seriale. Mi fermo di tanto in tanto per asciugarmi la fronte. Penso alla mia vita prima di tutto questo. Le mie aspirazioni, ciò che avrei voluto vedere e che da domani non vedrò più. Tagli necessari all’azienda, hanno detto. Più guardo il macchinario e più penso che anche noi come i nostri prodotti veniamo costruiti in serie. Prima vieni assemblato, poi partorito e, se sei abbastanza fortunato, destinato a un fine migliore come il motore dell’auto di un pilota o il microscopio di un grande scienziato. Gli operai no. Li prende la macchina scuola, fa vedere loro cosa sarebbero potuto diventare, lo stato ti etichetta e ti spedisce dove lo ritiene opportuno. Ed infine esci nel mondo con addosso solo una tuta blu e un cartellino. Produzione seriale di operai la chiamo io. Poi, come per tutti i prodotti, la richiesta diminuisce. E il tuo ruolo diventa niente. Cosa mi aspetta domani? Il mondo, la storia hanno già parlato. Mi hanno dato una posizione sociale, mi hanno detto ciò che posso o non posso fare. È ora di presentare il conto. Scoccano le sei e i miei colleghi si precipitano fuori come durante un incendio. Il sudore mi devasta la fronte. Continuo a ripetermi che è la cosa giusta. La casa del direttore è enorme da fuori. Siepe alta, un bel giardinetto all’italiana, mura coperte di finta pietra, scura e rugosa. Ho la tanica in mano. Lui e la sua famiglia sono usciti. Qualcuno la deve pagare. Vent’anni di vita cos’è che valgono?! Il botto è fragoroso. I vetri che schizzano via mi tagliano la carne. Torno a casa.
Erano da poco passate le otto quando rincasai. I piccoli pezzi di vetro che erano conficcati nel braccio mi infastidivano e non poco. Forse quel pugno nel vetro della mia finestra non dovevo darlo in fondo… Perché non l’ho fatto? Io non so niente! Se lo sapessi ve lo direi. Io sono un vigliacco lo sanno tutti. Ma almeno domani potrò di nuovo alzare la testa ed essere me stesso, senza l’etichetta di assassino addosso alla mia tuta. Era finita.

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Autore: Alessandro Kostis
Citazione: “Non dovresti consigliarti con me quando si tratta di rapporti con le donne. Io sono il vincitore del premio Sigmund Freud.” Woody Allen, Manhattan

Sabbia di merda

Riviera romagnola. Ultimi scampoli d’estate.
“Odio questa sabbia, si appiccica ovunque.”
“Anch’io.”
“Perché siamo qui?”
“Non lo so.”
“Odio questo posto.”
“Però è pieno di ragazze, io non ci sputo sopra.”
“E secondo te cosa pensano di noi due?”
“Beh, se io fossi una di quelle ragazze credo che vorrei approfondire la conoscenza di due ragazzi come noi.”
“Già, e allora perché non ci guardano nemmeno quando passiamo?”
“Senti, ma per chi mi hai preso? Ho la faccia di uno che dovrebbe essere il tuo consulente in amore? Non dovresti consigliarti con me; quando si tratta di rapporti con le donne, io sono il vincitore del premio Sigmund Freud…”
“Chi?”
“Lascia perdere dai. È ora che ci muoviamo: la gente sta già iniziando ad andarsene.”
“Dio, che palle. Chissà se il tuo Freud ha mai provato a camminare per un giorno intero su questa sabbia di merda.”

Stessa spiaggia. Qualche minuto più tardi.

“Accendini, occhiali da sole, teli, cappelli, orologi. Cosa ti manca, capo?”
“Una ragazza, ecco cosa mi manca. Il resto ce l’ho.”
“Uuuuh capo, per quello proprio non posso aiutarti. Però il mio amico dice di aver vinto un premio, tanto ci sa fare con le donne. Quando lo rivedo te lo mando.”